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VIDEO EXCELLENCE

Garda Events

Garda Events (97)

The events dedicated to art, culture, lifestyle, food and wine and the territory that Radio Garda Fm , with a detailed chronicle of the facts, has chosen to follow for you. The First Radio of Lake Garda… is always in the front row.

Quando si dice "basta la parola"...... in questo caso basta il nome anzi i nomi Pat Metheny e Ron Carter.

La VI edizione del Festival del Vittoriale, per la rassegna Tener-a-mente 2016, ha ospitato, in esclusiva per il nord Italia, la prima data nazionale di un duo d'eccezione: Pat Metheny e Ron Carter. Due colonne portanti del jazz mondiale.

L'anfiteatro gremito e in trepida attesa ha accolto con calore l'arrivo sul palco di Pat Metheny, icona del jazz moderno (20 Grammy vinti in carriera, più di 20 milioni di dischi venduti), che ha aperto il concerto con la mitica Pikasso guitar, realizzata appositamente per Pat Metheny dal liutaio Linda Manzer di Toronto nel 1984 (la chitarra monta 42 corde, ha richiesto due anni di lavoro ed è considerata un vero capolavoro).

Il pubblico rapito fin dalle prime note ha ascoltato in religioso silenzio, interrotto solo dagli applausi al termine dell'esecuzione.

Ad accompagnare sul palco Path Metheny , il giovane pianista britannico Gwilym Simcock, new entry del gruppo. Il feeling musicale da subito tangibile, a conferma di quanto dichiarato da Metheny" “Gwilym è uno dei pochi musicisti al mondo con cui sento che potrei suonare qualsiasi cosa. Ha una profonda comprensione di tutta la mia musica, essendo cresciuto ascoltandola".

Anfitrione della serata è lo stesso Metheny, che annuncia e presenta il “compagno” della serata il contrabbassista statunitense Ron Carter, reclutato nel 1963 nel quintetto di Miles Davis come elemento fisso in quella che è considerata la più grande sezione ritmica della storia del jazz.

Le due leggende del jazz hanno condiviso il palcoscenico una sola volta in occasione del Detroit Jazz Festival 2015, ottenendo un grande successo di pubblico e di critica, tanto da dare vita al progetto di un tour insieme.

Il gioco delle parti perfetto, in un dare avere continuo, la genialità dei due musicisti che giocano con i strumenti e la consapevolezza l'uno dell'altro. Bello vedere Pat Metheny seduto ad ascoltare Ron Carter nei suoi assoli, rapito dalle note che crea con il contrabasso.

Una richiesta accorata da parte degli artisti, e accolta in toto dal pubblico all'inizio del concerto, è stata quella di non effettuare filmati, ne fotografie. L’appello non è stato accolto da tutti i presenti, specialmente da coloro che, professionalmente, avrebbero dovuto rispettare la richiesta..

Al termine del concerto una standing ovation, con la concessione da parte di Pat, Ron e Gwilym di un bis assieme.

 

Esilarante la sfilata del pubblico, terminato il concerto, sotto al palco per raccogliere cimeli in ricordo della serata.

Un grazie va all'organizzazione del "Vittoriale", ineccepibile come sempre.

 

AL CASTELLO DI VILLAFRANCA IL SUBSONICA TOUR [1996 - 2016]

Il  [1996 - 2016] tour  dei Subsonica, gruppo musicale italiano esponente dell'alternative rock, che è riuscito in questi anni a portare un linguaggio internazionale nella musica italiana,si è fermato a Verona al Castello Scaligero di Villafranca.

La band ha voluto festeggiare con questo tour i 20 anni di attività,  acquisendo nel tempo un target di pubblico sempre più ampio e trasversale.

Una scaletta che ha visto l'esecuzione di 3 brani per ogni album pubblicato dai Subsonica, con intro di voci fuori campo e dello stesso Samuel Romano, frontman del gruppo, dei fatti salienti accaduti durante gli anni di pubblicazione dei loro album.

IL rock dei Subsonica è coinvolgente, fatto di ritmi incessanti,  ricco di sonorità e contaminazioni. I testi graffianti, manifesti di protesta e verità, riflessi dell'evoluzione, se non dell'involuzione, del mondo e della società.

Sotto al palco si balla, si alzano le mani, si salta al ritmo della musica ma c'è anche chi è seduto sul prato a piedi nudi o steso sull'erba contemplando il cielo illuminato solo dal passaggio dagli aerei, che seguendo la loro rotta, sembrano fare da sfondo al concerto.

Un'atmosfera che riporta ai grandi concerti degli anni '70, cantando insieme ai Subsonica:

- 1997 - SubsOnica (Mescal Records), con "Istantanee", "Non identificato", "Cose che non ho"

- 1999 - Microchip Emozionale (Mescal Records), con "Sonde", "Aurora Sogna" e "Colpo di pistola"

- 2002 - Amorematico (Mescal Records), con "Alba Scura", "Gente Tranquilla" e "Dentro i mie vuoti"

- 2005 - Terrestre (EMI Italiana), con "Ratto", "Abitudine" e "Corpo a Corpo"

-2007 - L'Eclissi (Virgin Records), con "L'Ultima Risposta", "Il Centro della Fiamma" e "Veleno"

- 2011 - Eden con "Benzina Ogoshi", "Il Diluvio", "Istrice"

- 2014 - Una Nave in una Foresta (EMI Italiana) con "Specchio", "I Cerchi degli Alberi" e "Lazzaro"

Per concludere con il brano che forse li ha fatti conoscere al grande pubblico, in occasione anche della partecipazione al Festival di San Remo; "Tutti i Miei Sbagli" dall'album Microchip Emozionale.

Una nota doverosa a Event, la cui organizzazione è stata ineccepibile come sempre.

Prossimi appuntamenti del tour, partito il 27 maggio da Milano, sono:

venerdì 15 luglio 2016

PADOVA @ SHERWOOD FESTIVAL c/o PARK NORD STADIO EUGANEO

Posto Unico in Piedi – €15,00 + diritti di prevendita

 

venerdì 22 luglio 2016

SARZANA (SP) @ SARZANA SOUND c/o PIAZZA MATTEOTTI

Prezzo Biglietto: Posto Unico in Piedi – €20,00 + diritti di prevendita

 

venerdì 29 luglio 2016

MONTALTO DI CASTRO (VT) @ VULCI MUSIC FESTIVAL

 

IN PREVENDITA – Posto Unico: €17,40 + diritti di prevendita IN CASSA: Posto Unico: 20,00€

Wednesday, 29 June 2016 17:04

ORNELLA VANONI FREE SOUL

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"Free Soul" al Teatro Romano

Poetica Vanoni, il suo ingresso è accompagnato dalle parole fuori campo di Vinicius De Moraes, poeta brasiliano che introduce il primo brano recitando L'assenza.

Velluto Vanoni, la voce morbida e calda offre presto una magnifica interpretazione di Sorry seems to be the hardest word.

Liquida Vanoni, sa cambiare forma e genere musicale con disinvoltura estrema, passando dal swing di Just in time alla bossa diPata Pata, dal jazz di My funny Valentine alla canzone d'autore (Mi sono innamorato di te Vedrai vedrai di Tenco) e persino alla musica pop (VascoOgni volta).

Ironica Vanoni, ama prendersi in giro e divertire il pubblico intervallando le canzoni con nuovi aneddoti o storici racconti dalla sua vita privata o dalla lunga e variegata carriera, costellata di grandi incontri nel mondo della musica e del teatro.

La straordinaria interprete ha continuato ad omaggiare della sua voce alcuni tra gli autori e compositori più preziosi: Burt Bacharaccon Raindrop keep falling on my headModugno con Tu si ‘na cosa grandeGino Paoli con le immancabili Senza Fine eChe cosa c’è.

Uno dei brani meglio riusciti è stato sicuramente Caruso di Lucio Dalla, sia dal punto di vista dell'intensità nel canto che dell'accompagnamento musicale, un trio di violoncello, chitarra classica e pianoforte.

Stoica Vanoni, resiste al clima tremendamente torrido della serata, che non le dà tregua e la stanca inevitabilmente. Anche il pubblico del Teatro Romano è messo a dura prova, un gran sventolìo di ventagli, applausi e risate smorzati dall'afa.

Fuoriclasse Vanoni anche quando sembra averla combinata grossa scivolando sull'attacco di un brano. Sembra non ricordare la sua parte. In realtà non le è chiaro chi debba cominciare.

“Odio sbagliare!” esclama, tra l'infastidito e il sinceramente dispiaciuto.

Mi permetto di dire che forse non è lei che ha sbagliato, ma chi non l’ha messa nelle condizioni migliori, con il giusto rispetto e quel po' di accudimento in più che merita un’artista che a 82 primavere ancora si spende generosamente e che alle generazioni più giovani ha ancora tutto da insegnare.

Nonostante la fatica che verso la fine si fa ormai evidente, l'ancora fantastica voce concede un bis con la splendida Domani.

Sunday, 05 June 2016 11:32

NICCOLÒ FABI AL TEATRO ROMANO

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UNA SOMMA DI PICCOLE COSE TOUR

Il concerto, un sold out minacciato dal temporale, è stato da poco riconfermato: finalmente le nubi si ritirano e come le tende di un sipario si aprono su di un palco illuminato di azzurro.

La quiete dopo la tempesta, la quiete dei brani di Niccolò Fabi, che come sempre scrutano attentamente spiragli di cielo terso tra le nuvole dell'esistenza. 

Il palco è minimo: fondale chiaro, luci morbide, e cinque candelabri a cinque braccia. Cinque come le dita, come i cinque sensi, come cinque sono i componenti del gruppo. Cinque elementi che formano un'unità. Questa è, direi, la caratteristica principale di questa formazione: sembrano infatti cinque braccia dello stesso corpo, che suonano, cantano, e anche danzano, insieme.

Un primo tempo squisitamente acustico di sole chitarre e percussioni e non una parola di presentazione tra un brano e l'altro che interrompa l'ascolto puro e attento delle canzoni del nuovo album.

Il suono è nitido e perfetto. Il pubblico in religioso silenzio. I testi, come sempre, sono fitti e tanto pregni di significati che al primo ascolto non si può afferrarli tutti. Le canzoni di Fabi vanno meditate.

"Facciamo finta che chi ha successo se lo merita" (Facciamo Finta)

"La terra che ci ospita è l'ultima a decidere " (Filosofia Agricola)

"La muffa può sembrare caviale" e "Le grandi rivoluzioni fanno molta paura come molta paura fa fare grandi rivoluzioni" (Non vale più).

L'atmosfera sospesa tocca forse l'apice con l'esecuzione in solo alla tastiera della canzone d'amore Una Mano sugli Occhi.

E poi via, rotto il silenzio, arriva il momento di lasciarsi andare al suono elettrico con Ostinatamente, al ritmo funkeggiante di È non è, al rock in sette ottavi di Ecco, al reggae di Dillo Pure Che Sei Offeso. Il concerto si fa movimentato.

L'intero pubblico canta all'unisono (Il Negozio di Antiquariato), salta (Lasciarsi un giorno a Roma) o tiene il tempo con le mani (Fabi aggiunge: "È bella questa complicità, la capacità di trovare un tempo comune, che dovrebbe caratterizzarci anche nelle altre cose della società").

Niccolò Fabi, ricordando l'esperienza che ha ispirato il brano Sedici Modi di Dire Verde, ha chiesto un applauso anche per Medici per l'Africa CUAMM.

Il penultimo appuntamento della rassegna 2016 ideata e condotta dall’associazione Jazz&More (da cui il nome della rassegna) e Circolo Jazz Verona, in collaborazione con Due Torri Hotel, ha visto l’esibizione di un trio poliglotta con Michael Losch all’organo, John Howard Arman alla chitarra e Claudio Carnevali alla batteria.

Gli appuntamenti del Jazz&More hanno sempre riservato piacevoli novità, dando l’opportunità al pubblico di ascoltare esecuzioni di giovani talenti e nomi storici del jazz italiano e così è stato anche per il Michael Losch Trio.

Una serata tra amici, con l’adattamento di pezzi standard come “Lover Man”, composta da Jimmy Davis, Roger (“Ram”) Ramirez e James Sherman nel 1941 e sonorità che hanno riportato alla memoria gli anni ’70. La maestria degli assolo ha forse superato l’insieme, strappando comunque gli applausi del pubblico.

Il Trio ha tra l’altro proposto pezzi dello stesso John Howard Arman, come “Hot Coffee” e “Something Like That”, introdotti in italiano da Losch, presentati in inglese da Arman con scambio di dialoghi tra i due musicisti in tedesco.

Silvano Dalla Valentina ha come sempre introdotto la serata con la passione che lo contraddistingue, presentando al termine un appuntamento speciale fuori rassegna che si terrà a Palazzo Verità-Poeta, Vicolo S.Silvestro 6 - Verona, meravigliosa dimora patrizia del ‘700, il 27 maggio e vedrà ospiti Enrico Pieranunzi e Simona Severini che per l’occasione presenteranno il cd “My Songbook”, accompagnati da Luca Bulgarelli al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria.

All’interno delle Giornate Buzzatiane veronesi, dal 16 al 25 marzo, è andato in scena debuttando a livello nazionale, la prima rappresentazione teatrale de “Il deserto dei Tartari” al Teatro Nuovo di Verona, tratto dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati, quello che segnò la sua consacrazione tra i grandi scrittori del Novecento italiano.

Un romanzo tuttavia molto difficile da mettere in scena a causa della scarsità di dialoghi e alla presenza, al contrario, di una forte componente riflessiva e descrittiva, ma che grazie all’adattamento teatrale e alla regia di Paolo Valerio, ha riscosso un enorme successo sia dal pubblico che dalla critica.

Lo scrittore bellunese in un’intervista affermò che lo spunto per il romanzo, il cui tema portante è quello della fuga dal tempo, era nato “dalla monotona routine redazionale notturna che faceva a quei tempi. Molto spesso avevo l’idea che quel tran tran dovesse andare avanti senza termine e che mi avrebbe consumato così inutilmente la vita.

È un sentimento comune, io penso, alla maggioranza degli uomini, soprattutto se incasellati nell’esistenza ad orario delle città. La trasposizione di questa idea in un mondo militare fantastico è stata per me quasi istintiva.”

La scenografia, completamente aperta dove nulla viene nascosto allo spettatore, è composta da una struttura che funge da fortezza mentre per i fondali sono stati proiettati i dipinti stessi di Buzzati. Non molto spesso infatti Dino Buzzati viene ricordato per questa terza anima da pittore, che in ordine temporale viene ancora prima di quella di scrittore e giornalista.

Ciò che differenzia questa rappresentazione de “Il deserto dei Tartari” rispetto a qualsiasi altra rappresentazione teatrale o cinematografica, è la scelta consapevole di portare in scena l’ultimo capitolo. Grazie infatti alla collaborazione con Lucia Bellaspiga, scrittrice del saggio “Il deserto dei Tartari, un romanzo a lieto fine. Una rilettura del capolavoro di Dino Buzzati”, è stato possibile dare un taglio diverso a ciò per cui comunemente è ricordato questo romanzo ossia la disperazione, il pessimismo e l’angoscia.

Il sorriso che ha il protagonista Giovanni Drogo alla fine del libro, finalmente anche in una sua rappresentazione, diventa essere così la chiave di lettura dell’intera opera.

La vera attesa non erano tanto i “Tartari”e la promessa di una guerra ma la morte, l’oltrepassare la “grande soglia”, il “portale nero” per lasciare spazio ad una “inesprimibile gioia”, alla fine il vero vincitore è proprio Giovanni Drogo.

Chiunque legga questo romanzo rimane intrappolato dalla scrittura avvolgente di Buzzati tanto da diventare egli stesso il protagonista. È proprio per questo che Paolo Valerio ha deciso di far interpretate a tutti gli attori il ruolo del protagonista, ognuno in una fase diversa della sua vita.

Questo scorrere del tempo che scivola addosso a Giovanni Drogo è stato realizzato attraverso l’investitura di un mantello: nel momento in cui l’attore indossava uno dei sette mantelli, che simboleggiano le sette fasi della vita del protagonista, egli diventava Drogo. Interessante notare l’attenta analisi intertestuale svolta a monte di questa rappresentazione e il continuo echeggiare di altri romanzi sempre scritti da Dino Buzzati come I sette messaggeri” o“Il mantello”.

Per la realizzazione di questo spettacolo molto si è dovuto ridurre del testo originale ma non si è voluto modificare nessuna parola scritta dall’autore. Per dare importanza e spessore alla parola di Dino Buzzati il regista ha voluto inoltre che alcuni momenti narrativi, oltre che ad essere recitati, venissero proiettati sul fondale. Una scelta che ha voluto difendere anche a fronte di critiche per dare, a suo parere, un valore aggiunto alla parola e per omaggiare in qualche modo l’anima polivalente di Buzzati scrittore e pittore.

Una messa in scena coraggiosa e accattivante, con tutto “Buzzati” al suo interno, uno spettacolo che dona emozioni e che lascia alla fine una sensazione d’inquietudine, come era lo stesso Buzzati.

Attori (in ordine alfabetico)

Alessandro Dinuzzi

Simone Faloppa

Emanuele Fortunati

Aldo Gentileschi (fisarmonica)

Marina La Placa (theremin)

Marco Morelli

Roberto Petruzzelli

Stefano Scandaletti

Paolo Valerio

 

Adattamento teatrale e regia Paolo Valerio

Movimenti di scena Monica Codena

Scene Antonio Panzuto

Video Raffaella Rivi

Costumi Chiara Defant

Musiche originali Antonio Di Pofi

Luci Enrico Berardi

 

Immagini e proiezioni tratte dai quadri di Dino Buzzati

Dedicato ad Almerina Buzzati

 

Continua la Stagione Opera e Balletto 2015-2016 al Teatro Filarmonico di Verona con la messa in scena del “Rigoletto”, il melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave.

L’opera, centrata sulla figura del buffone di corte Rigoletto, interpretata da Leo An, si sviluppa sulla maledizione scagliata su di lui dal Conte di Monterone, Alessio Verna, dopo essere stato deriso dal buffone.

Motore di tutto il risentimento sono le voglie libertine del Duca di Mantova, Alessandro Scotto di Luzio, che seduce la figlia del Conte di Monterone, la moglie del Conte di Ceprano e Gelda, Mihaela Marcu, figlia di Rigoletto.

È proprio questo aspetto libertino del Duca, che nell’idea del regista Arnaud Bernard si traduce in una volgare ed esplicita violenza sulle donne, a far rimanere la platea allibita. Non una velata allusione o una seduzione mentale ma una reale scena di stupro corredata da corpi denudati che va a cadere nella volgarità più che a trasmettere un’idea di realismo, forse era quello che si auspicava il regista?

L’allestimento scenografico, a cura di Alessandro Camera, fa eco alla Mantova rinascimentale riproducendo una biblioteca lignea al cui interno si alternano le varie scenografie creando in questo modo un continuum spaziale durante l’intera opera.

Molto interessante e ben sfruttata la casa-torre di Rigoletto che grazie all’aprirsi e al chiudersi delle sue parti e alla rotazione su se stessa, riesce a moltiplicare lo spazio architettonico. L’ultimo atto, ambientato lungo un porticciolo e contrassegnato dall’imbarcazione che funge da abitazione di Sparafucile e Maddalena, è completamente immerso nella nebbia tanto che a tratti era quasi impossibile intravvedere gli artisti.

Molto classici e senza nessun dettaglio degno di nota i costumi che con i loro colori scuri si confondono con il resto della scena se non unica eccezione per il candido vestito di Gilda, che la fa brillare e innalzare quasi ad un angelo.

Inutili, o forse solo poco approfonditi, alcuni aspetti teatrali introdotti nell'arco della rappresentazione come l’analisi corporea medico-scientifica iniziale sulla gobba di Rigoletto da parte del Duca, o ancora l’entrata in scena di un muscoloso uomo di colore quasi nudo ed infine la caduta dal cielo di tutti quei fogli al momento della morte di Gilda.

Per quanto riguarda le interpretazioni è da segnalare quella di Gilda da parte di Mihaela Marcu che ha saputo tenere testa ai virtuosismi che l’opera verdiana impone.

DIRETTORE D’ORCHESTRA Fabrizio Maria Carminati

REGIA Arnaud Bernard

SCENE Alessandro Camera

ALLESTIMENTO Fondazione Arena di Verona

ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI Arena di Verona

 

CAST

IL DUCA DI MANTOVA

Alessandro Scotto Di Luzio (13 e 17 marzo)

Raffaele Abete (15 e 20 marzo)

RIGOLETTO

Leo An (13 e 17 marzo)

Federico Longhi (15 e 20 marzo)

GILDA

Mihaela Marcu

SPARAFUCILE

Gianluca Breda

MADDALENA

Clarissa Leonardi

GIOVANNA

Alice Marini

IL CONTE DI MONTERONE

Alessio Verna

MARULLO

Tommaso Barea

MATTEO BORSA

Antonello Ceron

IL CONTE DI CEPRANO

Romano Dal Zovo

LA CONTESSA DI CEPRANO/UN PAGGIO DELLA DUCHESSA

Francesca Micarelli (13 marzo)

Francesca Martini

UN USCERE DI CORTE

Dario Giorgelè

 

Lo spettacolo replicagiovedì 17 marzo ore 20.30, domenica 20 marzo ore 15.30.

Il 5° appuntamento della rassegna Jazz&More evento ideato dall'omonima Associazione e il Circolo Jazz Verona, in collaborazione con il Due Torri Hotel di Verona, ha ospitato una guest star come il Roberto Cipelli Trio: con Roberto Cipelli al piano, Attilio Zanchi al basso e Tommaso Bradascio alla batteria.

Il repertorio scelto per l'occasione ha visto l'esecuzione di brani come"Softly, as in a Morning Sunrise" musiche originali di Sigmund Romberg e Oscar Hammerstein (1928), "A bit nervous" di Misha Mengelberg (1994),"Danny Boy" (Londonderry Air) nella versione arrangiata da Bill Evans, una cover di successo della musica italiana come "Parlami d'amore Mariù" e i brani dello stesso Roberto Cipelli: "Per non sprecare" e "Kosmopolites".

Il concerto si è svolto in modo fluido; melodie vellutate dal sapore retrò, in pieno accordo con lo stile del luogo, hanno riempito la sala. Il trio ha giocato con le note in un convivio musicale intimista come sottolineato anche dallo stesso Cipelli.

L'esperienza della formazione è riuscita a creare l'atmosfera adatta per la serata, portando il pubblico all'ascolto di standard del jazz senza tempo. 

Jazz&More è una bella iniziativa, perchè nasce dalla passione e ha come obiettivo, oltre che la promozione di giovani talenti e alla partecipazione di nomi storici del jazz, anche quello di avvicinare un pubblico sempre più vasto a questo genere.

In chiusura di serata Silvano Dalla Valentina ideatore con Fabrizio Gaudino della rassegna, ha ricordato anche l'aspetto sociale della manifestazione con i complementi d'arredo dell'associazione Azzalea Home.

Un invito agli appassionati e non ad assistere ai prossimi eventi in cartellone della rassegna:

venerdì 25 marzo - Fabio Giachino Piano Solo

venerdì 8 aprile - Michela Marinello 6tet

venerdì 22 aprile - Max Gallo 4tet Feat G. Cazzola

venerdì 6 maggio - Plus 4tet feat M. Negri

venerdì 20 maggio - Michael Losch Trio

venerdì 9 giugno - Beppe Castellani 4tet

Info aggiornamenti e prenotazioni: 335 6317228 | This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. | www.jazzandmoreverona.com 

 

 

Al Teatro Camploy è andata in scena l’attesissima prima di “Sic transit gloria mundi” interpretato da Chiara Mascalzoni con la regia di Alberto Rizzi, autore del testo stesso.

Lo spettacolo, nato da due anni di lavoro tra ricerche e scrittura del testo, affronta un argomento delicato quale la storia del femminismo dal punto di vista del maschilismo che in occidente si fonde con la storia della Chiesa.

Nasce così il mito della prima papessa raccontato attraverso un monologo fanta-storiografico che immagina come in un futuro possibile, benché poco probabile, sul "Soglio di Pietro" salga una donna.

Una riflessione sul ruolo della figura femminile nella società attraverso gli occhi della Chiesa per parlare, senza mai incombere in accuse ma semplicemente descrivendo, dell’esclusione delle donne dal sacerdozio e per analizzare le ragioni storiche, teologiche e religiose della sudditanza all'uomo anche nel cattolicesimo laico.

Tre sono i pilastri dello spettacolo: il ruolo della donna nel passato della chiesa, la biografia inventata della prima papessa e infine una storia alternativa e possibile della chiesa attraverso le donne. Ma davvero è tanto bizzarro, intende suggerire il monologo, immaginarsi una donna papa?

Un monologo che si è rivelato essere per nulla piatto né statico, bensì ricco di variazioni toniche e movimento attraverso tutta la scena, grazie alla splendida interpretazione di Chiara Mascalzoni, prima attrice di Ippogrifo Produzioni dal 2009.

Molte erano le preoccupazioni del regista, Alberto Rizzi, riguardo le reazioni del pubblico. Parlare in maniera così specifica, in alcuni passaggi addirittura tecnica, di religione e fede poteva creare reazioni avverse nel pubblico, ma la vena umoristica che ha caratterizzato l’interpretazione dell’intero monologo ha reso possibile le risate oltre che la riflessione.

 

Interprete Chiara Mascalzoni

Regia e testo Alberto Rizzi

Ippogrifo Produzioni

 

Su proposta dell’Associazione disMappa e con la collaborazione del Comune di Verona, il Teatro Camploy promuovere le proprie attività artistiche e culturali rendendo più semplice la partecipazione del pubblico con disabilità. 

L’altro Teatro ha colpito nel segno un’altra volta proponendo all'interno della sua rassegna teatrale il concerto spettacolo di Ermanna MontanariLus”.

Dal poemetto in lingua romagnola di Nevio Spadoni, scritto appositamente per Ermanna Montanari, prende forma il personaggio di Bêlda, una veggente guaritrice delle campagne romagnole di inizio Novecento. La donna, vittima dell’ipocrisia del paese, attraverso un monologo che a tratti prende la forma di una maledizione, racconta la sua storia ed il peso che porta dentro se stessa.

Orfana di madre alla giovane età di tre anni, il padre mai conosciuto, cresce in casa del fratello maggiore e della moglie che le insegna l’arte medicinale delle erbe e “i loro amori”, diventando così con gli anni la strega di paese a cui tutti si rivolgono sia per i mali del corpo che per quelli dell’anima.

Il fattore scatenante della sua invettiva, contro quegli stessi uomini che ogni giorno la cercano ma che poi la confinano ai limiti della società, è l’atto dissacratorio di un “pretaccio” colpevole di aver disseppellito la madre di lei. In preda dall'ira Bêlda gli scaglia contro un maleficio di morte.

Viene così in superficie il male interiore di Bêlda, quello che ogni giorno allevia al popolo ipocrita e traditore lei lo accumula dentro di se. Il monologo si rivela essere così una ricerca disperata di luce, di uno spiraglio di bene, quella stessa luce che lei dona agli altri ma che lei non riesce a vedere.

Il testo-preghiera-maledizione di Spadoni si sposa con l’architettura sonora originale realizzata da Luigi Ceccarelli e Daniele Roccato. Un matrimonio ben riuscito tra tradizione, il contrabbasso di Roccato, e contemporaneità con l’elaborazione elettronica in tempo reale di Ceccarelli.

I suoni così scomposti e ricomposti per poi essere amplificati, generano una stratificazione timbrica che in commistione con la voce di Ermanna, che a tratti sembra rievocare una lingua antica, quasi primordiale, portano lo spettatore in un’altra dimensione, nel modo di Bêlda.

Testo Nevio Spadoni

Musica Luigi Ceccarelli, Daniele Roccato

Voce Ermanna Montanari

Regia Marco Martinelli

Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con Teatro delle Albe/Ravenna Teatro

Avete mai pensato a come nasce un film? Quante prove, cambiamenti di regia e soprattutto capire se una determinata scena può piacere allo spettatore oppure no.

  

Con il cinema non c’è subito riscontro, bisogna aspettare che il film esca nelle sale e vedere quanto fattura al botteghino, ma in questo caso il regista e attore Sergio Rubini ha pensato diversamente: aprire le porte delle prove al pubblico.

 

“Provando… dobbiamo parlare” non è altro che le prove del film “Dobbiamo parlare”, uscito nelle sale cinematografiche a novembre 2015, ma dato il successo ottenuto in teatro gli attori ed il regista lo hanno voluto portare in tour.

 

Tutto si svolge nell'attico, rigorosamente in affitto, nel centro di Roma di Vanni, interpretato da Sergio Rubini, scrittore cinquantenne affermato e vincitore di un Premio Strega, e della sua compagna e collaboratrice LindaIsabella Ragonese, di vent'anni più giovane. Forti del loro amore, al matrimonio hanno preferito la convivenza e anziché fare figli hanno scritto dei libri insieme.

 

I loro migliori amici, invece, Costanza e Alfredo detto il Prof, interpretati da Maria Pia Calzone e Fabrizio Bentivoglio, sono sposati, benestanti, e sono l’apoteosi di tutti i vizi borghesi: ostentazione di ricchezze, rapporti utilitaristici, patrimoni da spartire, avvocati, minacce, amanti, menzogne.

 

Una sera Costanza, venuta a conoscenza che Alfredo ha un’amante, irrompe senza preavviso nella casa di Vanni e Linda. In fin dei conti è proprio nel momento del bisogno che servono gli amici, ed ecco che la sera si fa notte e la notte giorno.

 

I problemi di coppia tra Costanza e Alfredo fanno venire a galla i problemi dell’altra coppia e così il salotto, punto nevralgico di tutta la commedia, si trasforma in un campo di battaglia tra bottiglie frantumate e mozziconi di sigarette, urla e pianti.

 

Al sorgere del sole sarà una sorpresa vedere quale delle due coppie ha retto lo scontro.

 

Non c’è nulla da dire sull’interpretazione impeccabile degli attori e sull’attenzione ai dettagli della regia di Sergio Rubini e della collaboratrice Gisella Gobbi che occasionalmente vediamo irrompere in scena, siamo pur sempre in un contesto di “prova”, per esprimere dubbi o cambiamenti.

 

Scritto da Carla Cavalluzzi, Diego De Silva, Sergio Rubini

Con

Fabrizio Bentivoglio

Maria Pia Calzone

Isabella Ragonese

Sergio Rubini

Regia Sergio Rubini

Scene Luca Gobbi

Luci Luca Barbati

Regista collaboratore Gisella Gobbi

Produzione Nuovo Teatro

In collaborazione con PALOMAR Television &Film Production

Repliche:

giovedì 25 febbraio ore 20.45

venerdì 26 febbraio ore 20.45

sabato 27 febbraio ore 20.45

domenica 28 febbraio ore 16.00

Il palco del Teatro Ristori ha ospitato per la rassegna Verona Jazz Winter 2016 due brillanti talenti del jazz italiano: Enrico Zanisi trio con Enrico Zanisi al piano, Joe Rehmer al contrabbasso e Alessandro Paternesi alla batteria ed al sax Mattia Cigalini.


Il feeling tangibile dei due jazzisti, ha da subito introdotto il pubblico nel mondo del jazz contemporaneo, dimostrando il connubio musicale dei due interpreti. Forse uno stile jazz non immediatamente comprensibile all'orecchio dei meno avezzi, ma la complicità dei musicisti sul palco ha reso possibile anche questo.

Quando la musica è espressione di un'idea, tutto sembra più facile e la bravura dei musicisti è stata quella di proporre un repertorio, sicuramente non per tutti, ma riconoscibile e spunto all'ascolto di un jazz contemporaneo e in evoluzione, ma con un certo gusto classico.

La collaborazione fra Enrico Zanisi e Mattia Cigalini ha visto il suo concretizzarsi con la pubblicazione nel 2015 dell'album "Right now" per la CAM Jazz.

Altro successo dell'organizzazione  del Teatro Ristori e del suo direttore Angelo Curtolo, sempre attento alle nuovi talenti del jazz.

Tuesday, 16 February 2016 11:46

THE BEST OF BROADWAY IN SCENA AL TEATRO RISTORI

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Nella serata di giovedì 11 febbraio, per la rassegna Verona Jazz Winter 2016, sul palco del Teatro Ristori di Verona, è andata in scena un estratto della ricca produzione musicale della favolosa Broadway.

Interpreti dell’originale kermesse, la soprano Madelyn Renée e il baritono Stephonne Smith accompagnati da un quartetto di d'eccezione: Enrico Pesce al pianoforte, Cristiano Tibaldi al sax, clarinetto e tromba, Enrico Ciampini al contrabbasso e Alberto Parone alla batteria.

"My Favorite Things" il brano di Richard Rodgers da “The sound of Music”, in Italia più conosciuto come “Le cose che piacciono a me” ,nella versione cinematografica cantata/doppiata da Tina Centi di “Tutti insieme appassionatamente”, è stato scelto dal duo vocale per l’apertura della serata. 

Una Renée più rilassata ha dato vita subito al brano, mentre Smith ha impiegato un po’di più ad entrare nel clima della serata. Interessante e apprezzato l’incipit letto ad ogni inizio pezzo dalla soprano, con un riassunto le vicende legate ai brani interpretati.   

Il secondo e il terzo brano sono stati dedicati a Jerome Kern, "Ol’ Man River", cantato dal solo Smith e "Can’t Help Lovin’ Dat Man", da Renée entrambi tratti da “Showboat”. La voce profonda del baritono e la musica hanno subito riportato l’immaginario alla navigazione sul fiume Mississippi della showboat Cotton Blossom, realmente esistita, da cui è poi stata tratta la vicenda narrata appunto nel musical omonimo. 

"Oh What a Beautiful Mornin’" e "People Will Say We’re in Love" di Richard Rodgers, brani tratti da “Oklahoma!”, hanno trasportato il pubblico in un viaggio ideale nelle praterie americane con il classico triangolo amoroso del “buon”, “del cattivo” e della “ragazza al buono”. A seguire "So in love" di Cole Porter, brano tratto dalla spumeggiante commedia musicale “Kiss Me, Kate”.

La prima parte dello spettacolo è stata chiusa con "Anything You Can Do" di Irving Berlin da “Annie Get Your Gun”. Piacevole e riuscita interpretazione della coppia che ha giocato sulla recitazione dei rispettivi ruoli, creando un’atmosfera divertente, strappando sorrisi per un duello tutto a suon di note.

Poi a seguire "Some Enchanted Evening" e "A Cocheyed Optimist" di Richard Rodgers, tratti da “South Pacific”, un musical basato su una storia di pregiudizi più attuale che mai, e "I Could Have Danced All Night" di Frederick Loewe, tratto da “My Fair Lady”.

Un omaggio anche a Billy Strayhorn, spalla di Duke Ellington, con "Take the train", tratto da “Sophisticated Ladies”, "If I Loved You" di Richard Rodgers, da “Carousel” e la bellissima "Tonight" di Leonard Bernstein da “West Side Story”, hanno chiuso questa serata che ha fatto respirare un po’ di aria di Broadway al pubblico presente.

Una bella iniziativa, che conferma l’impegno dell’organizzazione del Teatro Ristori a proporre una ventata di originalità tra il jazz e la lirica.

Il 30 gennaio 2016 al Teatro Ristori di Verona ha preso il via la stagione invernale del celebre Verona Jazz, che durante il periodo estivo accoglie, nei meravigliosi palcoscenici all'aperto di Verona, le grandi star del jazz mondiale.

Il cartellone di Verona Jazz Winter Festival, nato da una collaborazione tra Fondazione Cariverona - Teatro Ristori e il Comune di Verona, ha visto una entree d'eccezione con il pianista Vijay Iyer definito nel 2010, da Franco Fayenz sul Sole-24Ore, "il miglior pianista jazz non ancora quarantenne".

Il concerto solo piano, forse non ha saputo creare a pieno quella commistione di sensazioni e percezioni che il pubblico del teatro ristori si sarebbe aspettato. L'esecuzione da manuale ha strappato applausi, senza trasmettere però quell'impeto che la musica jazz sa dare.

Le emozioni rarefatte, quasi che l'esecuzione fosse destinata a pochi tecnicisti e non invece veicolata ad un pubblico attento alla musica e al genere.

Nella corposa attività concertistica di Vijay Iyer il solo piano ha visto l'incisione di un unico disco, pubblicato nel 2010 dalla ACT, e dal titolo "Solo".

Vijay Iyer ha eseguito brani di cui è autore e alcuni dei suoi "ideali maestri" come Thelonius Monk, Duke Ellington,Andrew Hill, Randy Weston.

Sette sono le note infiniti i modi per utilizzarle, forse al pianoforte di Vijay Iyer manca ancora l’ottava nota?

Come sempre ineccepibile l’organizzazione del Teatro Ristori

Scaletta

-WORK (Thelonious Monk)

-LIBRA (Vijay Iyer)

-SPELLBOUND & SACROSANT…(Vijay Iyer)

-SIETE OCHO (Andrew Hill)

-GOLDEN SUNSET (Andrew Hill)

-SMOKESTACK (Andrew Hill)

-ACCUMULATED GESTURES (Vijay Iyer)

-SUITE FOR TRAYVON (I) SLIMM (Vijay Iyer)

-SUITE FOR TRAYVON (II) FALLACIES (Vijay Iyer)

-SUITE FOR TRAYVON (III) ADAGIO (Vijay Iyer)

-ONE FOR BLOUNT (Vijay Iyer)

-REMEMBRANCE (Vijay Iyer)

 

 

 

 

 

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