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Garda Events

Garda Events (88)

Gli eventi dedicati all’ arte, alla cultura, al life style, all’ enogastronomia e al territorio che Radio Garda Fm, con una cronaca dettagliata dei fatti, ha scelto di seguire per Voi. La Prima Radio del Lago di Garda… è sempre in prima fila.

La XXV Edizione de "Il Settembre dell'Accademia 2016" ha ospitato, al Teatro Filarmonico,  l'Orchestra della Fondazione Arena diretta dal maestro Francesco Ommassini con al pianoforte il diciottenne canadese Jan Lisiecki, definito dal New York Times "un pianista che riesce a rendere importante ogni nota".

Il programma ha visto l'esecuzione di una sinfonia dall'opera "Il turco in Italia" di Gioacchino Rossini (1792 - 1868), del "concerto per pianoforte e orchestra n.1 in Mi minore Op.11" - I.Allegro mestoso, II.Romanza.Larghetto, III. Rondò. Vivace di Fryderyk Chopin (1810 - 1849) e la "sinfonia n.4 in Fa minore Op.36" - I.Andante sostenuto - Moderato con anima, II.Andantino in modo di canzona, III. Scherzo (Pizzicato ostinato). Allegro - Meno mosso - Tempo I, IV. Finale. Allegro con fuoco di Pëtr Il'ič Čajkovskij(1840 - 1893).

L'esecuzione impeccabile dei maestri dell'orchestra areniana  guidati dalla Bacchetta versatile di Francesco Ommassini hanno reso omaggio alle opere in programma. Jan Lisiecki, il giovane pianista canadese e grande promessa pianistica, contrattualizzato dalla Deutsche Grammophon a soli 16 anni per la pubblicazione del suo primo album “Piano Concertos No. 1 and No. 2, Fryderyk Chopin, ha regalato al pubblico del Filarmonico un concerto per pianoforte, in un'esecuzione matura e mai sopra le righe. Contenuta ma aperta a momenti intensi e altri più leggeri dedicando un bis a Schumann con Op. 15, No. 7 (Träumerei) 

La rassegna di quest’anno al “Filarmonico”, vista la programmazione, rinnova il successo di pubblico un tutto esaurito.

 

I prossimi appuntamenti:

Martedì 4 ottobre

ALEXANDER LONQUICH

pianoforte

R. Schumann, F. Chopin

Venerdì 7 ottobre

MAHLER CHAMBER ORCHESTRA

Daniel Harding direttore

W.A. Mozart 

Nel suggestivo scenario del Teatro Romano, l'edizione 2016 dell' Estate Teatrale Veronese ha ospitato, quindici anni dopo la prima europea, andata in scena proprio sullo stesso palco, Moses Pendleton e i Momix con la riproposizione della pièce Opus Cactus, in replica fino al 06 agosto.

Creato originariamente da Pendleton come un pezzo della durata di venti minuti per l'Arizona Ballet, Opus Cactus è stato via via rielaborato ed ampliato, per arrivare ad essere un lavoro più complesso e opera a se stante.

Tema del balletto è la natura nel suo insieme. Ambientato nel deserto del Sudovest americano, Pendleton e i Momix hanno saputo rappresentare con suggestivi giochi di luce, ideati da Joshua Starbuck, immagini dinamiche, create dal corpo di ballo, con costumi disegnati ad arte da Phoebe Katzin, lucertole, serpenti del deserto, scorpioni, riti tribali sotto giganteschi totem, varietà di flora tipica del deserto, come i cactus o i  cespugli che, sospinti dal vento rotolano nel deserto, tipici delle inquadrature dei film western, oppure fiori/foglie che volteggiano nell'aria.

Il tutto accompagnato da musiche e ritmi che evocano scene ancestrali, "da Bach a Brian Eno (The drop), dai Dead can Dance (The serpent’s egg) a Peter Buffet (Spirit Dance), da danze tribali degli indiani d’America a brani di altre culture "desertiche" come quella degli aborigeni australiani", lasciando il pubblico rapito.

Un susseguirsi temporale dall'alba al tramonto, dal sole alla pioggia, dal cuore al cervello, un continuum spazio temporale che trasporta il pubblico in un viaggio illusionistico nell'anima, in poetiche trasposizioni a ogni cambio di quadro.

Meraviglioso l'inedito omaggio dei Momix a Shakespeare, di cui ricorrono i 400 anni dalla morte, in apertura di serata, con un balletto dedicato a Romeo e Giuletta, rappresentando sul palco lo struggente amore dei due protagonisti nella scena che li ha uniti per sempre.

Il nuovo album di Stefano Bollani dal titolo "Napoli Trip"  Universal (CD), proposto al Castello Scaligero di Villafranca, può essere considerato una dichiarazione d'amore a Napoli, città con cui il pianista-compositore-cantante ha un feeling particolare.

Complici e compagni di questo viaggio surreale nella musica partenopea, per la serata al Castello di Villafranca, al sassofono e flauti Daniele Sepe, al clarinetto Nico Gori e alla batteria Jim Black.

"Napoli Trip"non è una semplice operazione di cover della storia musicale napoletana ma una reinterpretazione molto personale tipica del poliedrico Bollani .

Brani come: "Caravan Petrol"di Renato Carasone/Nisa 1958, "O Guappo 'nnamurato" di Raffaele Viviani 1910, "Il bel Ciccillo"  di Arturo Trusiano/Salvatore Capaldo 1917, sapientemente arrangiati con armonie contemporanee e integrati da nuove composizioni di Bollani come "Maschere","Vicoli"  e "Lo Schoro di Napoli", introdotto ironicamente con "...la famossissima vicinanza fra Napoli e Rio....." ocome "Il Valzer del Cocciolone" e "Capitan Capitone e i Fratelli della Costa" di Daniele Sepe , anticipata da uno sketch dell’autore, cercando di spiegare a JimBlack in un improbabile inglese, cosa fosse il capitone, edi Nico Gori come "Napoli's blues". Per non dimenticare anche l'omaggio che Bollani, in solo piano, fa a Pino Daniele con "Putesse essere allero".

L'istrionico quartetto sa giocare con la musica e passa da scambi giocosi e ilari, a esecuzioni che dimostrano quanto “l'essere artista” non sia da tutti. Gli assolo come quello alla batteria di Jim Black, che ha stupito il pubblico utilizzando i piatti e le bacchette per creare suoni inusuali , a ricordare che il ritmo può nascere anche in altro modo.

Straordinari e con un timing d'entrata perfetto, il ricongiungimento fra l'esecuzione degli assolo e il gruppo, a testimoniare l'intesa che Stefano Bollani riesce sempre a creare nei suoi progetti musicali.

Una session jazzistica, che lascia il sapore del buono, dove tutti gli ingredienti sono dosati ad arte, se fosse una recensione di Tripadvisor bisognerebbe scrivere "ottimo da consigliare sicuramente........tutto perfetto....... ritornerò senz'altro" e naturalmente voto 5 stelle.

 

 

I soli di basso sono sempre noiosi”, tranne l’intro solitario di Max Gazzè al concerto di ieri sera, fatto di note sparse ed effetti ruggenti come sgasi di un biker che mette in moto il suo bolide, pronto a far partire il motore (del concerto) per una nuova avventura.

 

Partono così "Favola di Adamo ed Eva" e "I tuoi maledettissimi impegni": il numero di giri presto sale, la cassa spinge e rimbomba nella pancia, il ritmo prende e già si balla dalla seconda canzone.

 

Il “Maximilian Tour” in due ore di spettacolo, completo di luci e colori, riattraversa il repertorio di una vita, canzoni che oramai fanno parte a pieno titolo della cultura popolare italiana. 

 

Nei brani dell’artista romano pulsano almeno due cuori: la musica di Max e la poesia del fratello Francesco Gazzè, che da sempre cura i testi, tanto preziosi.

 

 

Max Gazzè si impone per statura ma soprattutto per esperienza e classe: una lunga carriera e un’innata sensibilità lo hanno reso un artista completo e maturo. 

 

Se la prima parte del concerto è marcatamente “dance”, a metà il cantautore chiama affianco a sé i componenti della band per una versione acustica di alcuni brani. Ecco al centro del palco quindi:

Cristiano Micalizzi, batterista

Clemente Ferrari, tastierista, ora alla fisarmonica

Francesco De Nigris, alla chitarra acustica

Max Dedo, a chitarra e trombone

tutti equilibrati e meritevoli.

 

Dopo i panorami acustici de "Il timido ubriaco", "L’uomo più furbo", "Mentre dormi", "Cara Valentina", il viaggio riprende con "L’amore non esiste", scritta a sei mani con Niccolò Fabi e Daniele Silvestri, "A cuore scalzo"e "Sotto casa"...

 

Dopo l’estate italiana il motore di Max Gazzè scatenerà i cavalli di potenza all’estero: il tour proseguirà a Montreal, Toronto, Chicago, New York, Boston, Miami, Los Angeles, Tokio e Shanghai

"Un mondo d'amore" (Gianni Morandi 1967) così Joan Baez, la "signora del folk" e tanto altro,  ha aperto il concerto all'Anfiteatro del Vittoriale degli Italiani.

Ascoltare Joan Baez non è soltanto assistere a un concerto, ma andare con la memoria a ciò che ha rappresentato e rappresenta. Punto di riferimento del pacifismo e della lotta per i diritti civili,  una immagine della nostra storia che non passa inosservata.

Un viaggio nelle canzoni che hanno segnato un'epoca, influenzato generazioni e modificato il vissuto di chi, in prima persona, ha partecipato a una rivoluzione epocale degli anni '60 e '70.

"L'usignolo di Woodstock" ha saputo stregare fin dall'inizio la platea del Vittoriale, riempiendo il palco con la sua personalità, sobria e disinvolta e con le sue chitarre, strumenti indispensabili per un'artigiana di emozioni come lei. Interagendo con una semplicità e una sicurezza di palco che solo i grandi artisti possono vantare. 

La sua voce è più calda degli anni dove riempiva parchi dalle platee infinite, composta e distante dal microfono più di un palmo, come se lo stesso fosse un elemento coreografico, ma sempre coinvolgente, accarezza il pubblico con gli storici: "It's All Over Now, Baby Blue" di Bob Dylan, "The House of the Rising Sun", "Joe Hill" di Earl Robinson, "God Is God" di Steve Earle,  "Me and Bobby McGee" di Kris Kristofferson e "Diamonds and Rust".  senza tralasciare "Deportees" che Woody Gunthrie scrisse nel 1948 ispirandosi all'incidente aereo di Los Gatos Canyon, in California, dove morirono 32 braccianti stagionali messicani che, dopo essere stati sfruttati nei campi, venivano riportati in patria con la forza, in condizioni disumane.

Non sono mancati altri "omaggi" alla canzone italiana come: "C'era un ragazzo che come me amava i Beatles ed i Rolling Stones" (Gianni Morandi 1966) e "Bella Ciao". La pronuncia magari non perfetta ma cantate con grande sentimento.

Ad accompagnare Joan Baez sul palco anche il polistrumentista Dirk Powell e il figlio della cantante, il percussionista Gabriel Harris.

Una serata all'insegna dei sentimenti oltre che della musica; Joan Baez mette d'accordo tutti  sui valori della civiltà e dell'accoglienza, senza lasciare spazio all'odio.

Un appuntamento unico per il pubblico dell'Anfiteatro del Vittoriale, che non dimenticherà l'abbraccio di Joan Baez anche dopo il concerto.

Questo è accaduto grazie alla grande organizzazione del Vittoriale, che come sempre non ha lasciato nulla al caso.

Quando si dice "basta la parola"...... in questo caso basta il nome anzi i nomi Pat Metheny e Ron Carter.

La VI edizione del Festival del Vittoriale, per la rassegna Tener-a-mente 2016, ha ospitato, in esclusiva per il nord Italia, la prima data nazionale di un duo d'eccezione: Pat Metheny e Ron Carter. Due colonne portanti del jazz mondiale.

L'anfiteatro gremito e in trepida attesa ha accolto con calore l'arrivo sul palco di Pat Metheny, icona del jazz moderno (20 Grammy vinti in carriera, più di 20 milioni di dischi venduti), che ha aperto il concerto con la mitica Pikasso guitar, realizzata appositamente per Pat Metheny dal liutaio Linda Manzer di Toronto nel 1984 (la chitarra monta 42 corde, ha richiesto due anni di lavoro ed è considerata un vero capolavoro).

Il pubblico rapito fin dalle prime note ha ascoltato in religioso silenzio, interrotto solo dagli applausi al termine dell'esecuzione.

Ad accompagnare sul palco Path Metheny , il giovane pianista britannico Gwilym Simcock, new entry del gruppo. Il feeling musicale da subito tangibile, a conferma di quanto dichiarato da Metheny" “Gwilym è uno dei pochi musicisti al mondo con cui sento che potrei suonare qualsiasi cosa. Ha una profonda comprensione di tutta la mia musica, essendo cresciuto ascoltandola".

Anfitrione della serata è lo stesso Metheny, che annuncia e presenta il “compagno” della serata il contrabbassista statunitense Ron Carter, reclutato nel 1963 nel quintetto di Miles Davis come elemento fisso in quella che è considerata la più grande sezione ritmica della storia del jazz.

Le due leggende del jazz hanno condiviso il palcoscenico una sola volta in occasione del Detroit Jazz Festival 2015, ottenendo un grande successo di pubblico e di critica, tanto da dare vita al progetto di un tour insieme.

Il gioco delle parti perfetto, in un dare avere continuo, la genialità dei due musicisti che giocano con i strumenti e la consapevolezza l'uno dell'altro. Bello vedere Pat Metheny seduto ad ascoltare Ron Carter nei suoi assoli, rapito dalle note che crea con il contrabasso.

Una richiesta accorata da parte degli artisti, e accolta in toto dal pubblico all'inizio del concerto, è stata quella di non effettuare filmati, ne fotografie. L’appello non è stato accolto da tutti i presenti, specialmente da coloro che, professionalmente, avrebbero dovuto rispettare la richiesta..

Al termine del concerto una standing ovation, con la concessione da parte di Pat, Ron e Gwilym di un bis assieme.

 

Esilarante la sfilata del pubblico, terminato il concerto, sotto al palco per raccogliere cimeli in ricordo della serata.

Un grazie va all'organizzazione del "Vittoriale", ineccepibile come sempre.

 

AL CASTELLO DI VILLAFRANCA IL SUBSONICA TOUR [1996 - 2016]

Il  [1996 - 2016] tour  dei Subsonica, gruppo musicale italiano esponente dell'alternative rock, che è riuscito in questi anni a portare un linguaggio internazionale nella musica italiana,si è fermato a Verona al Castello Scaligero di Villafranca.

La band ha voluto festeggiare con questo tour i 20 anni di attività,  acquisendo nel tempo un target di pubblico sempre più ampio e trasversale.

Una scaletta che ha visto l'esecuzione di 3 brani per ogni album pubblicato dai Subsonica, con intro di voci fuori campo e dello stesso Samuel Romano, frontman del gruppo, dei fatti salienti accaduti durante gli anni di pubblicazione dei loro album.

IL rock dei Subsonica è coinvolgente, fatto di ritmi incessanti,  ricco di sonorità e contaminazioni. I testi graffianti, manifesti di protesta e verità, riflessi dell'evoluzione, se non dell'involuzione, del mondo e della società.

Sotto al palco si balla, si alzano le mani, si salta al ritmo della musica ma c'è anche chi è seduto sul prato a piedi nudi o steso sull'erba contemplando il cielo illuminato solo dal passaggio dagli aerei, che seguendo la loro rotta, sembrano fare da sfondo al concerto.

Un'atmosfera che riporta ai grandi concerti degli anni '70, cantando insieme ai Subsonica:

- 1997 - SubsOnica (Mescal Records), con "Istantanee", "Non identificato", "Cose che non ho"

- 1999 - Microchip Emozionale (Mescal Records), con "Sonde", "Aurora Sogna" e "Colpo di pistola"

- 2002 - Amorematico (Mescal Records), con "Alba Scura", "Gente Tranquilla" e "Dentro i mie vuoti"

- 2005 - Terrestre (EMI Italiana), con "Ratto", "Abitudine" e "Corpo a Corpo"

-2007 - L'Eclissi (Virgin Records), con "L'Ultima Risposta", "Il Centro della Fiamma" e "Veleno"

- 2011 - Eden con "Benzina Ogoshi", "Il Diluvio", "Istrice"

- 2014 - Una Nave in una Foresta (EMI Italiana) con "Specchio", "I Cerchi degli Alberi" e "Lazzaro"

Per concludere con il brano che forse li ha fatti conoscere al grande pubblico, in occasione anche della partecipazione al Festival di San Remo; "Tutti i Miei Sbagli" dall'album Microchip Emozionale.

Una nota doverosa a Event, la cui organizzazione è stata ineccepibile come sempre.

Prossimi appuntamenti del tour, partito il 27 maggio da Milano, sono:

venerdì 15 luglio 2016

PADOVA @ SHERWOOD FESTIVAL c/o PARK NORD STADIO EUGANEO

Posto Unico in Piedi – €15,00 + diritti di prevendita

 

venerdì 22 luglio 2016

SARZANA (SP) @ SARZANA SOUND c/o PIAZZA MATTEOTTI

Prezzo Biglietto: Posto Unico in Piedi – €20,00 + diritti di prevendita

 

venerdì 29 luglio 2016

MONTALTO DI CASTRO (VT) @ VULCI MUSIC FESTIVAL

 

IN PREVENDITA – Posto Unico: €17,40 + diritti di prevendita IN CASSA: Posto Unico: 20,00€

Wednesday, 29 June 2016 17:04

ORNELLA VANONI FREE SOUL

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"Free Soul" al Teatro Romano

Poetica Vanoni, il suo ingresso è accompagnato dalle parole fuori campo di Vinicius De Moraes, poeta brasiliano che introduce il primo brano recitando L'assenza.

Velluto Vanoni, la voce morbida e calda offre presto una magnifica interpretazione di Sorry seems to be the hardest word.

Liquida Vanoni, sa cambiare forma e genere musicale con disinvoltura estrema, passando dal swing di Just in time alla bossa diPata Pata, dal jazz di My funny Valentine alla canzone d'autore (Mi sono innamorato di te Vedrai vedrai di Tenco) e persino alla musica pop (VascoOgni volta).

Ironica Vanoni, ama prendersi in giro e divertire il pubblico intervallando le canzoni con nuovi aneddoti o storici racconti dalla sua vita privata o dalla lunga e variegata carriera, costellata di grandi incontri nel mondo della musica e del teatro.

La straordinaria interprete ha continuato ad omaggiare della sua voce alcuni tra gli autori e compositori più preziosi: Burt Bacharaccon Raindrop keep falling on my headModugno con Tu si ‘na cosa grandeGino Paoli con le immancabili Senza Fine eChe cosa c’è.

Uno dei brani meglio riusciti è stato sicuramente Caruso di Lucio Dalla, sia dal punto di vista dell'intensità nel canto che dell'accompagnamento musicale, un trio di violoncello, chitarra classica e pianoforte.

Stoica Vanoni, resiste al clima tremendamente torrido della serata, che non le dà tregua e la stanca inevitabilmente. Anche il pubblico del Teatro Romano è messo a dura prova, un gran sventolìo di ventagli, applausi e risate smorzati dall'afa.

Fuoriclasse Vanoni anche quando sembra averla combinata grossa scivolando sull'attacco di un brano. Sembra non ricordare la sua parte. In realtà non le è chiaro chi debba cominciare.

“Odio sbagliare!” esclama, tra l'infastidito e il sinceramente dispiaciuto.

Mi permetto di dire che forse non è lei che ha sbagliato, ma chi non l’ha messa nelle condizioni migliori, con il giusto rispetto e quel po' di accudimento in più che merita un’artista che a 82 primavere ancora si spende generosamente e che alle generazioni più giovani ha ancora tutto da insegnare.

Nonostante la fatica che verso la fine si fa ormai evidente, l'ancora fantastica voce concede un bis con la splendida Domani.

Sunday, 05 June 2016 11:32

NICCOLÒ FABI AL TEATRO ROMANO

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UNA SOMMA DI PICCOLE COSE TOUR

Il concerto, un sold out minacciato dal temporale, è stato da poco riconfermato: finalmente le nubi si ritirano e come le tende di un sipario si aprono su di un palco illuminato di azzurro.

La quiete dopo la tempesta, la quiete dei brani di Niccolò Fabi, che come sempre scrutano attentamente spiragli di cielo terso tra le nuvole dell'esistenza. 

Il palco è minimo: fondale chiaro, luci morbide, e cinque candelabri a cinque braccia. Cinque come le dita, come i cinque sensi, come cinque sono i componenti del gruppo. Cinque elementi che formano un'unità. Questa è, direi, la caratteristica principale di questa formazione: sembrano infatti cinque braccia dello stesso corpo, che suonano, cantano, e anche danzano, insieme.

Un primo tempo squisitamente acustico di sole chitarre e percussioni e non una parola di presentazione tra un brano e l'altro che interrompa l'ascolto puro e attento delle canzoni del nuovo album.

Il suono è nitido e perfetto. Il pubblico in religioso silenzio. I testi, come sempre, sono fitti e tanto pregni di significati che al primo ascolto non si può afferrarli tutti. Le canzoni di Fabi vanno meditate.

"Facciamo finta che chi ha successo se lo merita" (Facciamo Finta)

"La terra che ci ospita è l'ultima a decidere " (Filosofia Agricola)

"La muffa può sembrare caviale" e "Le grandi rivoluzioni fanno molta paura come molta paura fa fare grandi rivoluzioni" (Non vale più).

L'atmosfera sospesa tocca forse l'apice con l'esecuzione in solo alla tastiera della canzone d'amore Una Mano sugli Occhi.

E poi via, rotto il silenzio, arriva il momento di lasciarsi andare al suono elettrico con Ostinatamente, al ritmo funkeggiante di È non è, al rock in sette ottavi di Ecco, al reggae di Dillo Pure Che Sei Offeso. Il concerto si fa movimentato.

L'intero pubblico canta all'unisono (Il Negozio di Antiquariato), salta (Lasciarsi un giorno a Roma) o tiene il tempo con le mani (Fabi aggiunge: "È bella questa complicità, la capacità di trovare un tempo comune, che dovrebbe caratterizzarci anche nelle altre cose della società").

Niccolò Fabi, ricordando l'esperienza che ha ispirato il brano Sedici Modi di Dire Verde, ha chiesto un applauso anche per Medici per l'Africa CUAMM.

Il penultimo appuntamento della rassegna 2016 ideata e condotta dall’associazione Jazz&More (da cui il nome della rassegna) e Circolo Jazz Verona, in collaborazione con Due Torri Hotel, ha visto l’esibizione di un trio poliglotta con Michael Losch all’organo, John Howard Arman alla chitarra e Claudio Carnevali alla batteria.

Gli appuntamenti del Jazz&More hanno sempre riservato piacevoli novità, dando l’opportunità al pubblico di ascoltare esecuzioni di giovani talenti e nomi storici del jazz italiano e così è stato anche per il Michael Losch Trio.

Una serata tra amici, con l’adattamento di pezzi standard come “Lover Man”, composta da Jimmy Davis, Roger (“Ram”) Ramirez e James Sherman nel 1941 e sonorità che hanno riportato alla memoria gli anni ’70. La maestria degli assolo ha forse superato l’insieme, strappando comunque gli applausi del pubblico.

Il Trio ha tra l’altro proposto pezzi dello stesso John Howard Arman, come “Hot Coffee” e “Something Like That”, introdotti in italiano da Losch, presentati in inglese da Arman con scambio di dialoghi tra i due musicisti in tedesco.

Silvano Dalla Valentina ha come sempre introdotto la serata con la passione che lo contraddistingue, presentando al termine un appuntamento speciale fuori rassegna che si terrà a Palazzo Verità-Poeta, Vicolo S.Silvestro 6 - Verona, meravigliosa dimora patrizia del ‘700, il 27 maggio e vedrà ospiti Enrico Pieranunzi e Simona Severini che per l’occasione presenteranno il cd “My Songbook”, accompagnati da Luca Bulgarelli al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria.

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